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04 Ottobre 2019

Fare l’avvocato torna ad essere un’ambizione. Presentato il rapporto Censis 2019 sull’avvocatura.

di Tiziana Cignarelli

Il rapporto sull’avvocatura del 2018 aveva tracciato due fenomeni tendenziali: femminilizzazione e meridionalizzazione della professione, individuando donne e giovani, soprattutto al Sud, tra gli avvocati in maggiore difficoltà per instabilità del lavoro e redditi al di sotto della media nazionale.

Il rapporto CENSIS 2019 presentato ieri, quantomeno dai dati sinteticamente diffusi, ci consegna la fotografia di una professione in lenta, certamente modesta, risalita. Il dato rilevante é che il recupero riguarderebbe proprio giovani e donne. Il 65,9% delle donne nel 2018 avrebbe migliorato condizioni di stabilità di lavoro. Il 42,5% degli under 40 ha dichiarato un incremento di fatturato.

Significativo é che, in controtendenza rispetto al rapporto 2018, le donne e i giovani (fino al 50,4) risultano i più fiduciosi in un miglioramento complessivo delle condizioni di lavoro nei prossimi due anni. C’è da chiedersi se l’avanzamento sia addebitabile alle norme sull’equo compenso, tese a dare respiro proprio a chi pur di lavorare era forzato ad accettare condizioni contrattuali inique, come faceva pensare il rapporto 2018. E pensare che i giovani erano i meno entusiasti della misura di riequilibrio, probabilmente ritenendola penalizzante per chi cerca di entrare in un ambito, quello della professione legale, già difficile.

L’esigenza di un miglioramento dei tempi dei processi é ormai atavicamente legata al tema giustizia, sentito come freno anche dai cittadini (61,1%).

Quel che sorprende é che la categoria non indichi soluzioni, almeno dai pochi dati diffusi del rapporto, laddove dovrebbe qualificarsi come promotore di mirate misure di miglioramento, subendo quotidianamente le disfunzioni del sistema. Il ruolo dell’avvocato come fattore di semplificazione e prevenzione delle controversie, trova nella valorizzazione degli strumenti di conciliazione (a partire dalla negoziazione assistita, potenzialmente, con le dovute attenzioni, estensibile alle controversie di lavoro e previdenza) la leva per accelerare e alleggerire il sistema. La negoziazione assistita, infatti, molto più della mediazione, ha in sé una potenzialità elevata per la deflazione del contenzioso e per la degiurisdizionalizzazione di molti istituti, con sicuri effetti di semplificazione, efficienza e velocizzazione del sistema giudiziale. Se accompagnata da un salto culturale da parte degli avvocati e da ulteriori impulsi di legge, cioè sostegno con affidamento di alcuni poteri e misure di strumenti giudiziari direttamente esperibili dagli avvocati (ferma restando la possibilità di sussidiario controllo del Giudice in caso di mancata definizione stragiudiziale) la negoziazione assistita può essere davvero utile a contribuire a migliorare il sistema. Renderne sistematico l’utilizzo potrebbe anche dare risposta al tema dell’eccessivo numero di avvocati (La Corte di Cassazione nel 2911, per ogni giudice rilevava 32 avvocati, contro gli 8 della Francia e i 5 dell’Inghilterra; rapporto anomalo anche tra avvocati-abitanti: 332 legali per 100 mila cittadini, contro i 75 della Francia) e della crisi anche economica della professione, trasformando in vantaggio quello che oggi é un fattore di crisi, valorizzando la disponibilità di un enorme capitale umano e professionistico che può essere innestato diffusamente nella società civile per un profondo rilancio non solo della giustizia civile, ma anche della legalità e delle garanzie anche in chiave anticorruzione per i cittadini, le imprese e l’immagine internazionale del Paese.

Secondo il rapporto della Commissione Europea per l’efficacia della giustizia (CEPEJ) nel 2008 in Italia per ogni giudice ci sono 26,4 avvocati, in Francia 7,1 e in Inghilterra 3,2.

Dal rapporto CENSIS si evince che nel 2010 in Italia c’erano 220.000 avvocati e tra il 1995 e il 2017 il numero degli iscritti all’ordine é cresciuto del 192%, dunque quasi il triplo, raggiungendo i 243.000 professionisti, 4 avvocati ogni mille abitanti, con una significativa contrazione nel 2018.

Una professione così diffusa e radicata sul territorio e nella società ha il dovere di proporsi quale elemento di modernizzazione e presidio di riferimento per i cittadini.

Generiche indicazioni di riorganizzazione del sistema rischiano di ribaltare responsabilità di soluzioni su tutti e nessuno.

La bella notizia é che gli avvocati non sono spaventati dalla tecnologia. Chi l’avrebbe mai detto? L’azzeccagarbugli si é modernizzato? Credo che grande merito vada riconosciuto al processo telematico. Gli avvocati lo hanno accettato come strumento quotidiano di lavoro, alla fine semplificante, non senza aver superato ritrosie e tentazioni iniziali di rifiuto dell’ospite imposto e sgradito. Gli algoritmi non spaventano, un po’ per la connaturata proverbiale presunzione di infungibilità della categoria, un po’ perché davvero difficili da imbrigliare in una formula matematica le mille variabili, anche soggettive, della realtà.

Infine, non meno importanti, i dati sulla sensibilità dei cittadini per alcune tipologie di reati (oltre il 75% degli intervistati chiede interventi più severi per stupro, rapine e furti in appartamento, reati ambientali). Se ne deduce la domanda dei cittadini di sicurezza per la propria quotidianità e condizione di vita alla quale anche gli avvocati sono chiamati a rispondere. I dati della fiducia nella giustizia (il 57,4% dei cittadini intervistati teme di essere coinvolto in un errore giudiziario, il 42% ritiene di poter essere coinvolto in un’indagine pur estranei ai fatti) impongono di farsi carico del dovere di garantire l’affidamento nel fondamentale principio per una società che a correttezza e legalità dei comportamenti corrisponderà sicuramente rispetto per i propri diritti.

04 Ottobre 2019

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